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Evoluzione di una Rockstar

Sulla nostra cover abbraccia la sua chitarra preferita, regalo del primo produttore. La musica
è il motore della sua vita: a tu per tu con Dolcenera, cantautrice istintiva

Il tuo ultimo album Evoluzione della specie ha delle sensibili differenze dai precedenti. Puoi farci qualche esempio?
«Per quanto riguarda la musica è cambiata la matrice della scrittura dei brani. Da un anno suono anche la batteria e questo ha reso l'album più "tirato", più "up". Inoltre invece del piano ho preferito suonare il synth, così da avere delle sonorità più elettroniche. Per quanto concerne i testi, ho scelto di contestualizzare un rapporto d'amore nel corrente momento storico, unendo la sfera privata e sentimentale a quella sociale: l'amore si affronta diversamente nelle varie epoche, e ora che ci sono prospettive drammatiche per i giovani cambia anche il modo di vivere un sentimento».
Com'è nato il servizio per Playboy?
«Questa collaborazione deriva da una concatenazione di idee, ma principalmente dal secondo singolo estratto dal mio ultimo album chiamato L'amore è un gioco, in particolare da alcune frasi del testo, di cui quella di apertura recita: "Condannate a non lagnarsi mai, il maschio è innamorato se lo fa". Qui sottolineo le differenze e i fraintendimenti eterni fra i due sessi, dove ad esempio le lacrime di una donna sono interpretate negativamente rispetto a quelle di un uomo. Il video stesso si ispirerà alla natura multiforme delle emozioni di una donna, coinvolgendo anche delle vostre conigliette. Personalmente sto inoltre vivendo un periodo di totale armonia con il mio corpo, specie grazie allo sport, la corsa prima e il nuoto adesso, fantastico per il fiato e l'energia di cui necessito sul palco. Infine a questo va aggiunto il rapporto di stima e fiducia che ho con il fotografo di questi scatti, autore anche delle foto del mio ultimo disco».
Quali musicisti influenzano il tuo percorso artistico?
«Attualmente sono molto colpita da due gruppi, gli Mgmt di Brooklyn e i Phoenix di Versailles, che sperimentano nuove sonorità partendo da suoni veri ed elaborandoli in chiave più elettronica, il tutto unito a testi generazionali mai slegati dal contesto storico, come reazione alla crisi globale».
Insieme alla Dolcenera musicista, è cambiata anche la Dolcenera donna?
«Assolutamente sì. Chi mi conosce dice che non sono volubile bensì cangiante, non mi piace sentirmi sempre uguale a me stessa. Il corpo non è mai stato il mio mezzo di comunicazione, tantomeno il linguaggio parlato: mi esprimo con il volto, con gli occhi, pure troppo. Fino a diciott'anni ero introversa, mi dedicavo al pianoforte e a uno sport solitario come il tennis, non ero molto interattiva; sono stati gli anni di università a Firenze e le band che ho conosciuto allora a cambiarmi. In generale, credo che nessuno debba mutare per imposizione esterna, ma solo spontaneamente. Ad esempio fino al mio album Dolcenera nel paese delle meraviglie ho scelto, nonostante pareri contrari, di mantenere un look poco femminile e molto coperto, e solo nel 2009 ho sentito la voglia di essere più fiabesca, indossando abiti fioriti e tacchi alti».
Il tuo trampolino di lancio è stato il Festival di Sanremo. Pensi che oggi sia ancora il posto giusto per un talento debuttante?
«Sì, ma solo se si ha una canzone adatta, con un testo intenso, non banale, e musiche accattivanti. Per questo serve un grande spirito autocritico, si deve pretendere il massimo da se stessi come artisti, altrimenti si verrà puniti da quel palco».
Sei un'artista completa che canta e suona. In Italia ci sono più cantanti preparati o raccomandati?
«Bisogna distinguere tra cantautori e fenomeni del momento. Le raccomandazioni non valgono, perché a premiare è il riscontro del pubblico. Di certo ci sono delle meteore poco preparate, ma il successo si misura negli anni, e in Italia ad aver fatto la storia sono stati senza dubbio i cantautori, i gruppi che hanno scritto le proprie canzoni, e quegli artisti in grado di essere manager di se stessi, reinventandosi e scegliendo giusti collaboratori con sensibilità e consapevolezza artistica».
Cosa pensi dei giovani sfornati ogni anno dai talent show?
«Sono programmi che rispecchiano solo una fetta del mondo musicale, quella degli interpreti solisti. Consiglierei agli aspiranti concorrenti di avere un'idea musicale che vada oltre il bel canto e soprattutto di imparare a suonare uno strumento. Se io potessi, e lo dico anche in una mia canzone, preferirei suonare senza cantare! Ma questo non mi permetterebbe di lasciarmi andare sul palco, cosa che amo tantissimo».
Che rapporto hai con i fan, specialmente gli uomini?
«All'inizio provavo imbarazzo, ad esempio nell'essere fissata da un fan. Poi però ho avuto modo di conoscere dei ragazzi di un fan club che si sono avvicinati a me in modo ironico, tipico dell'approccio che ho coi miei amici maschi. Abbiamo cominciato a prenderci in giro fino a instaurare un legame che ci ha portati a raccontarci reciprocamente, creando un rapporto paritetico ben lontano da quello tra artista e ammiratori».
Ti abbiamo spesso vista con acconciature corte. Cos'è per te la femminilità?
«Essere complicate d'animo, caratteristica che contraddistingue le donne. E anche sapere comunicare senza filtri, con molte meno barriere degli uomini».
Artisticamente parlando, qual è la tua ambizione più grande?
«Restare sempre con la mente libera da condizionamenti esterni, di mercato, dalla depressione storica corrente, facendo belle canzoni generate solo dall'istinto».

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